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Il VdA avvìa un progetto di ricerca medica per valutare l’impatto del calcio professionistico sul metabolismo e sulla densità minerale ossea

Il VdA avvìa un progetto di ricerca medica per valutare l’impatto del calcio professionistico sul metabolismo e sulla densità minerale ossea

La dottoressa Mariagiovanna Filippella: «I risultati aiuteranno a migliorare le performance atletiche e, al tempo stesso, a ridurre il rischio di fratture»

Non solo calcio giocato al Vallée d’Aoste. La società granata ha avviato un progetto di ricerca medica in collaborazione con il Dipartimento di Endocrinologia Molecolare e Clinica dell’Università di Napoli “Federico II”. L’attività di ricerca sarà condotta dalla dottoressa Mariagiovanna Filippella (endocrinologo-diabetologo, responsabile medici internisti presso l’Istituto Clinico Valdostano (ICV), direttore medico scientifico del Vallée d’Aoste) e dal dottor Alberto Falchetti (Endocrinologo e Genetista Medico, premio alla carriera scientifica della Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle malattie dello scheletro 2009, membro della Commissione osteoporosi di Ortomed). «La nostra iniziativa – spiega la dottoressa Mariagiovanna Filippella (foto), sorella del presidente e del direttore sportivo del VdA – ha come obiettivo quello di valutare l’impatto che il calcio professionistico ha sul metabolismo osseo e sulla densità minerale ossea. Lo sport, inteso come attività motoria, soprattutto in relazione ad un sistema di vita in cui il sedentarismo è particolarmente diffuso, rappresenta uno strumento efficace di medicina preventiva e in grado di migliorare la qualità di vita. Numerosi studi hanno confermato nel tempo come i soggetti fisicamente attivi hanno minore probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete, cancro, osteoporosi e hanno una maggiore aspettativa di vita».
Un progetto di ricerca che servirà anche ad approfondire la tematica degli infortuni. «Il calcio – aggiunge la dottoressa Filippella – in questi ultimi anni ha visto incrementare il numero di infortuni in tutti i settori, professionistico e dilettantistico, giovanile e femminile. Molti di questi infortuni non sono prevedibili, fanno parte di caratteristiche di uno sport che richiede velocità, forza, ma anche contatto fisico, contrasto, impatto con l’avversario. Ci sono però molti eventi traumatici che possono essere evitati, perché conseguenti a errori o scarsa valutazione dei fattori di rischio oppure non sufficiente considerazione delle forme di prevenzione. Mentre si tende a continui miglioramenti delle performance fisiche, tecniche e tattiche degli atleti, poco si fa in materia di prevenzione e per il contenimento del numero degli infortuni. I giocatori, nel corso della loro carriera, tendono a consumare più di altri atleti le articolazioni delle gambe, soprattutto quelle del ginocchio. I danni alle cartilagini, sollecitate da continui sforzi meccanici, portano nel tempo a uno stato infiammatorio dell’osso sottostante, che di conseguenza tende a divenire fragile. Le ossa degli atleti geneticamente predisposti all’osteoporosi sono ancora più delicate. I principali fattori correlati al rischio di fratture includono: fattori genetici, stile di vita e nutrizione. Alcuni elementi fisici influiscono sulla massa ossea e sono connessi all’attività fisica: la forza di gravità, il carico meccanico e il tipo di esercizio fisico. Diversi studi sono stati fatti nelle donne, pochi nei maschi in termini di densità minerale ossea e niente sul metabolismo osseo. I risultati della ricerca (che pubblicheremo al termine della stagione) porteranno all’identificazione di modifiche nella preparazione atletica dei calciatori, atte a migliorare le performance atletiche e, allo stesso tempo, a prevenire alterazioni della densità minerale ossea riducendo il rischio di frattura».
(re.vdanews.it)

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