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Incidente mortale: il giudice riapra il processo penale

Incidente mortale: il giudice riapra il processo penale

Due anni fa Davide Viérin morì a bordo della sua moto appena ritirata dalla concessionaria. La perizia conferma che sul KTM fu montato un kit di potenziamento che la rendeva fuorilegge

Una condotta di guida poco esperta e per di più in notturna, in condizioni di visibilità non ottimali, il casco inadeguato e forse malamente allacciato e un kit di potenziamento che ha reso quella moto almeno sei volte più potente dei kwatt autorizzati. Tre fattori che potrebbero spiegare le ragioni di un incidente mortale.
In estrema sintesi è questo il contenuto della perizia che l’ingegnere Fausto Fedele ha operato sul KTM di Davide Viérin (in foto), il giovane che il 28 ottobre di due anni addietro, a soli 16 anni, perse la vita a bordo della tanto desiderata motocicletta, ritirata dalla concessionaria soltanto qualche giorno prima e depositata in tribunale nei giorni scorsi e posta all’attenzione del giudice Tornatore.
«Si è trattato di un accertamento tecnico-preventivo in sede civile – spiega l’avvocato Massimo Balì che assiste Alba Trettene, la mamma dello sfortunato ragazzo. Di fatto, una prima analisi della perizia dell’ingegner Fedele non lascia spazio a dubbi, soprattutto se consideriamo la minore età della vittima e in accordo con la mia cliente valuteremo se richiedere la riapertura del procedimento penale».
La perizia dell’ingegnere della Motorizzazione parla chiaro: la motocicletta non aveva alcun difetto di fabbricazione ma quella stessa motocicletta non poteva circolare, in quanto violava l’articolo 78 del Codice della Strada che vieta di apportare modifiche alle caratteristiche indicate nel certificato di omologazione e nella carta di circolazione. Secondo l’accertamento del perito infatti la potenza sviluppata dal Ktm raggiungeva i 30 Kwatt, contro i 4,4 ammessi anche a fronte della patente di guida del tipo A1 che abilita alla guida mezzi che sviluppano una potenza fino a 11 Kwatt.
«L’esame del perito è limpido – spiega l’avvocato Balì – non si indica come causa dell’incidente il kit di potenziamento montato sulla motocicletta ma si sottolinea come quella moto non avrebbe potuto essere guidata dal minorenne e come quel kit e quel particolare tipo di pneumatici rendessero la motocicletta assolutamente inadatta a essere guidata da un giovane con così poca esperienza e probabilmente a una velocità elevata».
La mamma del giovane ha letto la perizia, «io voglio giustizia – dice – dal giorno dell’incidente continuo a sostenere che quelle moto avevano qualcosa che non andava, eppure la procura ha archiviato tutto. Nel giro di poche ore avevamo sostituito tre volte le candele – spiega la donna – io stesso ho accompagnato i miei figli in concessionaria – ci hanno rassicurato sul fatto che le moto erano perfette e che avevano bisogno soltanto di un po’ di rodaggio. Nessuno ha autorizzato la concessionaria a montare il kit individuato dal perito, perchè mettere delle potenziali ‘bombe’ nelle mani dei miei figli? Ora voglio che chi ha contribuito alla morte di mio figlio paghi, non intendo in termini economici, ma che si prenda la responsabilità delle sue azioni».
(cinzia timpano)

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